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Quando saremo vecchi, squinternati ambedue
abbandonati in quelle che ci ostiniamo a credere
ville ma sono case che cadono un po’ a pezzi
troppo grandi ed esose di gas e di corrente,
troppo vuote di voci, di risa e di sospiri —
vestigia commoventi di un’età strepitosa —
tra una routine e l’altra chissà se torneremo
per un attimo almeno di tanto in tanto assorti
a quei momenti strambi che passavamo insieme?
Tutte le nostre uscite di sabato e domenica
come un abbraccio immobile di tutto ciò che c’era,
che si è ridotto invece a poca cosa (tournée
di borghi di campagna, di bar e di caffè)
i mille viaggi mai poi fatti immaginati solo
per scherzo o per diletto, per fantasticheria
sapendo da noi stessi di essere incompatibili —
le infilate di idee, di progetti e di pensieri
malattia condivisa di concerto fatale,
quante infila di porte, di specchi e di finestre
a Versailles nel Palazzo la Grande Galleria
chissà se ci faranno ritornare alla mente
quei sottili diverbi, quegli infidi dispetti,
le stupide vendette: tu che arrivavi tardi
ad ogni appuntamento, io che non rispondevo
neppure al campanello, che staccavo il telefono
come si usava allora… Che fatica, che spreco
di affetti e di ricordi perduti per dovere
di abbandono e distacco, di cui restano solo
arche allo sfascio in cima deserte all’Ararat…
Quando saremo certi che non sarà possibile
niente di più di quello che è stato veramente
(e quel che è stato è stato), forse, ripenseremo
aggrappati a un cuscino nelle insonnie invernali
fredde di luna piena dei silenzi notturni
a quelle tante cose raccontate al contrario
e in antico francese forse — quasi un sonetto —
dirai: “Almeno lui, sì, mi scarrozzava in auto”
a cui replicherei io con l’inglese d’Irlanda:
“Con lei si usciva sempre nel fine-settimana”,
ma nessuno dirà per non essere smentito
quel che davvero è inciso negli scrigni dei cuori
se non per caso ignoto uno inutilmente
oserà dire invano nel sonno: “Ahi, quante cose
e quanto belle avremmo potuto fare insieme.”